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Il castello

A mezzo miglio dalla Pieve, nel tredicesimo secolo sorgeva un piccolo castello, proprietà della casata dei Manfredi, chiamato "la Castellina". L'edificio, seppur rimaneggiato nei secoli soprattutto in epoca barocca, è giunto sino a noi. Il castello costituiva un prezioso punto di osservazione sulla zona e in particolare per il guado sul Lamone (in prossimità dell'attuale ponte della Castellina) attraverso il quale i ravennati effettuavano rapide incursioni nel territorio faentino.

 

"Le frutte del malorto", cronaca di una vendetta

Il Castello è tristemente famoso per il delitto consumato il 2 maggio 1285. Protagonisti furono alcuni membri della casata dei Manfredi, famiglia del partito guelfo (in lotta contro altre famiglie faentine, per esempio gli Accarisi, di parte ghibellina). I personaggi della vicenda sono tre cugini: Frate Alberico, detto Buzzola, e suo figlio Ugolino, Manfedo, pure frate dell'ordine terziario francescano, e suo figlio Alberghetto, Francesco, non ancora maggiorenne e pupillo di Alberico. Tra i tre cugini rappresentanti della casata Manfredi era lotta feroce per la Signoria di Faenza. Le cronache narrano che durante un acceso diverbio tra frate Alberico e suo cugino Manfredo, con il figlio Alberghetto, il giovane Alberghetto fuori di sé colpì con uno schiaffo Alberico. Frate Alberico era un uomo rissoso che non poteva certo perdonare un così grave affronto: decise perciò di vendicarsi. Apparentemente i due cugini si riconciliarono e per celebrare la pace Alberico invitò Manfredo e suo figlio Alberghetto ad un pranzo fissato il 2 maggio 1285 presso la "Castellina" a Pieve Cesato. Frate Alberico preparò il suo tremendo piano di vendetta con minuziosa cura: al termine del pranzo, alla frase "Vengano le frutta", i sicari assoldati si scagliarono sui due invitati e li uccisero entrambi pugnalandoli ripetutamente.

La notizia del massacro della Castellina a Pieve Cesato provocò un enorme sgomento non solo a Faenza, ma in tutta a Romagna. La pena che venne decretata dal conte di Romagna, Durante, a scapito dei tre assassini organizzatori del delitto (Alberico, Ugolino e Francesco) fu la massima punizione che poteva infliggere in virtù della sua carica: bando dalla patria e seimila lire bolognesi.

 

Dante nella Divina Commedia ricorda il misfatto della Castellina nel XXXIII canto dell'Inferno, ponendo frate Alberico tra i traditori della peggior specie.

 

"...I' son frate Alberigo
Io son quel delle frutta del malorto
che qui riprendo dattero per figo"