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La caveja e il gallo

15 CavejaLa denominazione del territorio romagnolo (Romanìa, Romandiola, indi Romagna) risale a tredici secoli fa con la calata in Italia dei Longobardi e con la loro occupazione del nostro territorio (delimitato a nord dai fiumi Sillaro e Reno, ad est dal mare Adriatico, trasversalmente, da ovest a sud, dallo spartiacque appenninico dal sorgente del fiume Sillaro allo sperone di Focara, sotto Cattolica). Per i successivi tre secoli, la Romagna restò come una sorta di "insula" rispetto al restante territorio italiano e fu autonomamente governata dall'Esarca di Ravenna con leggi, lingua, costumi romano-bizantini. Tradizionalmente i simboli principali della Romagna sono la caveja ed il gallo.

 

LA CAVEJA
La Caveja è considerata per eccellenza il simbolo di questa terra: rappresenta il profondo legame che la Romagna ha da sempre con la terra, con il mondo contadino e con l’orizzonte dell’agricoltura. Legame che peraltro risale quantomeno all’epoca romana. La caveja infatti è un’asta che aveva la funzione di bloccare il giogo portato dai buoi al timone dell’aratro o del carro, per evitare al timone di slittare in caso di rallentamento improvviso. Ma non solo. Le forti tradizioni scaramantico-religiose contadine fecero sì che la caveja assumesse nella cultura popolare il ruolo di oggetto magico, con proprietà propiziatorie. Frequente era il suo uso infatti in rituali specifici.

Il termine dialettale proviene dalla tradizione contadina, ed indica un'asta d'acciaio saldata ad un apice ("pagella") decorata con anelli e immagini allegoriche. I simboli più diffusi, inseriti fra elementi decorativi, erano quelli del gallo, della mezzaluna, del sole, dell'aquila  e alcuni simboli cristiani, tra cui la Croce e la Colomba. La caveja non era un oggetto "senz'anima": dotata di anelle leggere, il movimento dei buoi bastava a farle "suonare". Ma ciò avveniva solo se le anelle erano fatte di ferro battuto. Per questo i contadini apprezzavano molto le caveje realizzate da fabbri professionisti: il suono delle migliori caveje si diffondeva attraverso i campi e si sentiva a lunga distanza.

 

IL GALLO
Si dice che gli Etruschi della città di Felsina (l'attuale Bologna) adottarono il gallo come loro emblema, simbolo di combattività, di fierezza, di comando, d’operosità e forse anche di... buona cucina. Dai romani che occuparono la regione, il gallo ebbe il soprannome locale di "Re del mattino", in omaggio al suo canto che svegliava gli agricoltori e li invitava ai lavori dei campi. Nel Risorgimento ritroviamo in Emilia Romagna il gallo come simbolo di libertà e indipendenza. I patrioti ne portavano spavaldamente alcune penne ondeggianti sul cappello: l'uso fu poi adottato anche dai bersaglieri.
In epoche più recenti il ricordo del gallo rimase sotto forma d'immagini di ferro battuto sui campanili e sulla caveja. Per l’esattezza, il vero distintivo della Romagna sarebbe un Gallo associato alla Caveja: spesso lo si può ancora vedere nelle tipiche stampe romagnole riportate “a ruggine” su stoffe e tovaglie, assieme ai disegni tipici della civiltà contadina (la foglia della vite, il gallo, le brocche e, appunto, la "caveja").

 

LE FUNZIONI SIMBOLICO-RITUALI
Per riconoscere il sesso del nascituro: la reggitrice si faceva il segno della croce e con la caveja in mano compiva tre giri attorno alla partoriente. Al termine poneva la caveja su di un piedistallo, accendeva una candela e osservava l'ondulare degli anelli: se per primi si fossero fermati quelli a destra sarebbe nato un maschio, se quelli a sinistra una femmina.
Per placare i temporali: un uomo di casa solleva la caveja al cielo e grida: "Novli, Novli, ande’ lunten!" (Nubi, nubi, andate lontano!).
Per difendere le messi: al mattino del giorno successivo alla semina, di buon ora, si andava sui campi destinati al grano, con una croce di canna e una caveja. Si piantava la croce (che veniva tolta solo alla fine del raccolto) e si alzava la caveja al cielo facendola "suonare" per scacciare, con il suono degli anelli, le forze negative pericolose per le messi.
Per difendere gli sposi: all'arrivo sull'aia della casa dello sposo, dopo la cerimonia religiosa, amici e parenti alzavano grida stridule, sparavano in aria, producevano rumore con ferraglie, impugnavano uno o più caveje facendone emettere il suono. L'atto era considerato purificatorio per gli spazi della casa.
Per catturare le api: si attendeva che uno sciame si staccasse da un alveare, poi si suonava la caveja per attirare le api nel luogo desiderato per la cattura.
Per scacciare una fattura: si poneva un anello, staccato dalla caveja, sul capo del colpito, facendo un segno della croce e pronunciando, per tre volte consecutive, una formula di rito per indurre il maleficio ad entrare nel cerchio dell'anello, che veniva poi gettato nel fuoco per liberarlo dalla forza negativa.